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Indice > Psicologia applicata al poker

Gus Hansen1) Il poker è un gioco, gli scacchi sono un gioco, il bridge è un gioco: si usa lo stesso termine, ma per lo psicologo ciascuno di questi giochi richiede processi cognitivi ed emotivi molto diversi. A che gioco giochiamo quando giochiamo a poker? Cominciamo sgombrando il campo dal principale luogo comune sul poker, diffuso soprattutto fra i non giocatori (o fra i giocatori occasionalo).

Il poker non è un gioco di fortuna. Si possono avere delle buone carte ed usarle male, realizzando una una modesta vincita occasionale, o invece avere per tutta la serata carte mediocri, ma riuscire a raggranellare spesso delle piccole vincite, giocando solo le mani che sono alla nostra portata. Avere buone carte , inoltre , espone al rischio di aver voglia di giocare più “pesante”, e quindi di perdere molto. E' stato dimostrato (anche se è un fatto ovvio) che il livello di attenzione e di attivazione emotiva si alza quandi ci capitano in mano buone carte : questo stato ,che si chiama tecnica arousal, comporta una diminuzione del controllo razionale e un'accelerazione delle reazioni. In altre parole, quando abbiamo un buon punto, tendiamo a reagire più in fretta, guidati da sentimenti elementari, come la curiosità, il desiderio di affermazione, la voglia di schiacciare l'avversario. Anche se queste sono le emozioniche costituiscono il gioco del poker, non sono questi gli ingredienti buoni per vincere. Giocare può risultare l'opposto di vincere. Ricordiamoci che il gioco del poker consiste nel vincere.

2) Il poker è un gioco di pazienza, di osservazione, di deduzione. La chiave del comportamento razionale consiste nel cogliere e nell'interpretare correttamente la relazione fra eventi del giocatore ed eventi delle carte. Il tempo più prezioso per tutti è quando si è fuori dal gioco: può essere infatti molto utile farlo di proposito, indipendentemente dalle carte. Ancora meglio, si deve entrare talvolta in giioco con lo scopo specifico di falsificare un'ipotesi nei confronti dello stile di gioco di un certo avversario: cioè osservarlo mentre gioca facendo ipotesi sul suo comportamento per vedere se accade ciò che avete previsto.

 
 

E' necessario cercare al più presto di classificare gli stili di gioco degli avversari, e continuare a condurre osservazioni mirate per verificare la solidità delle proprie ipotesi. Per fare ciò bisogna individuare gli schemi di gioco tipici, ed edichettare gli avversari sotto queste categorie, ad aggiungerne di nuove o ad eliminare quelle che non servono. Il passo successivo, il più difficile, consiste nell'individuare il proprio stile spontaneo di gioco. Un modo per farlo può essere guardare gli avversari e trovare quello che vi somiglia di più. Analizzate il vostro stile punto a punto. Quali sono i vostri punti di forza? Quali le vostre debolezze? Dopo aver chiarito a sé stessi qual'è il proprio stile di gioco spontaneo, è importante sviscerare i punti forti e i punti deboli, decidere quale vuol essere il proprio stile di gioco base e quali eccezioni si vogliono fare, quando e perchè (tendenzialmente per impedire che gli avversari a loro volta il nostro stile di gioco). Inoltre, punto molto importante, individuare in voi stessi quali tendenze affiorano quando vincete, e quali invece diventano tendenze dominanti quando invece state perdendo.

Entrambe queste tendenze devono essere controllate e possibilmente eliminate, perchè nel poker ogni mano è una partita indipendente. Dovrete invece sfruttare queste tendenze negli avversari: anche se di solito un avversario che sta perdendo è più facile da buttare fuori gioco con un forte rilancio, non tutti sono così: c'è anche chi tende a giocarsi tutto quando è in perdita. Al contrario, i giocatori che vincono possono avere la tendenza a vedere più facilmente il punto avversario (pensando che tanto stanno vincendo una certa cifra e possono perciò rimetterla in gioco), ma ci sono dei tipi che invece preferiscono essere più conservativi e magari rinunciano a vedere per non rischiare di perdere, anche se hanno un buon punto.

Articolo di Valentina D'Urso

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